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DIRITTO DI FAMIGLIA

Il diritto di famiglia è una branca del diritto privato che disciplina i rapporti familiari in genere: parentela e affinità, matrimonio, i rapporti personali fra i coniugi, i rapporti patrimoniali nella famiglia, la filiazione, i rapporti fra genitori e figli, la separazione e il divorzio.

La materia del diritto di famiglia ha subito radicali innovazioni a partire dalla Legge 01/12/1970 n. 898, istitutiva del divorzio, passando dalla Legge del 19 maggio 1975 n. 51 di riforma del diritto di famiglia, alla Legge 06/03/1987 n. 74 “ Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, modificativa della legge sul divorzio, sino alle recenti modifiche apportate al Codice Civile e di Procedura Civile, rispettivamente dalla L. 08/02/2006 n. 54 sull’affidamento condiviso dei figli (pubblicata sulla G.U. del 01/03/2006 e pertanto applicabile ai giudizi pendenti a decorrere dal 16/03/2006) e dalla L. 80/2005 di conversione del cd “decreto competitività”.

Il diritto di famiglia, compreso nel primo libro del codice civile, regola il vincolo del matrimonio e riconosce la parità giuridica dei coniugi: ciò vuol dire che uomo e donna uniti in matrimonio sono uguali davanti alla legge e devono rispettare i medesimi principi.

Se credete che il vostro matrimonio sia in difficoltà o se siete già separati o divorziati ed avete dubbi sulle condizioni già stabilite, rivolgetevi al nostro studio legale specializzato in diritto di famiglia e contattateci per avere consulenza legale on line


DIRITTO DI FAMIGLIA

Cliccavvocati è uno studio legale che offre assistenza legale on line in materia di diritto di famiglia e in particolare tratta le seguenti questioni:

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  • separazione giudiziale e consensuale
  • modifica condizioni separazione e divorzio
  • questioni successive all'omologa della separazione
  • divorzio con domanda congiunta o giudiziaria
  • appello alla sentenza di divorzio
  • esecuzioni delle sentenze di divorzio
  • affidamento del minore in caso di separazione, divorzio e nelle coppie di fatto
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domande e risposte
E' possibile richiedere una quota del T.F.R. dell'ex coniuge?
L'art. 12-bis della L. 898/70 stabilisce che, in caso di divorzio, il coniuge abbia diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno di mantenimento divorzile, ad una percentuale dell'indennità di fine rapporto percepita dall'altro coniuge all'atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l'indennità viene a maturare dopo la sentenza di divorzio. Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell'indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.
Tale quota non può essere richiesta se la corresponsione dell'assegno di mantenimento in sede di divorzio è stata concordata in unica soluzione.


In quali casi può essere previsto l'assegno divorzile?
Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (divorzio), il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno divorzile, quando quest'ultimo non abbia mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni oggettive (art. 5 L. 898/70).
Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal Tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico (neanche la richiesta di quota della liquidazione dell'ex coniuge).
I coniugi devono presentare all'udienza di comparizione avanti al Presidente del Tribunale, la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il Tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull'effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria.
L'obbligo di corresponsione dell'assegno di mantenimento cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.
Il coniuge, al quale non spetti l'assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell'ente mutualistico da cui sia assistito l'altro coniuge. Il diritto si estingue se egli passa a nuove nozze.


Cosa si intende per accordo prematrimoniale e come viene valutato dal nostro ordinamento giuridico?
Per accordo pre-matrimoniale si intende la convenzione con cui i coniugi stabiliscono anticipatamente le condizioni ed il regime giuridico ed economico per il momento successivo alla cessazione degli effetti civili del matrimonio (divorzio).
Ebbene, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che, in tema di divorzio (ma il principio deve ritenersi valido anche in materia di separazione), una tale convenzione, sia invalida, nella parte riguardante le condizioni per il mantenimento dei figli e del coniuge. Tale accordo è, quindi, illecito perché volto a viziare la libertà di difendersi in giudizio di divorzio.
Questo per contrasto sia con l’art. 9 della L. 898/70, che non consente limitazioni di ordine temporale alla possibilità di revisione del regime divorzile, sia con l’art. 5, che, fissando i criteri per il riconoscimento e la determinazione di un assegno divorzile all’ex coniuge, configura un diritto insuscettibile, anteriormente al giudizio di divorzio, di rinunzia o transazione.


In cosa consiste l'assegno di mantenimento?
Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri (art. 156 c.c.). L’entità di tale somministrazione, comunemente detta assegno di mantenimento, è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi del coniuge obbligato.
Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti per chi versa in istato di bisogno e non è in grado di provvedere autonomamente e per ragioni obiettive. Diversamente dal mantenimento, gli alimenti rappresentano un contributo minimo e indispensabile per consentire di soddisfare i bisogni primari dell'individuo.
Successivamente alla pronuncia della separazione, il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti relativi all'assegno di mantenimento e alla prestazione degli alimenti, ove sopravvengano giusti motivi.


Quando può aversi la separazione con addebito?
Nel pronunciare la separazione, ove ricorrano specifiche circostanze e se richiesto da una delle parti, il Giudice può dichiarare a quale dei due coniugi sia addebitabile la separazione.
L'addebito può assumere una particolare importanza per ciò che riguarda il diritto successorio (art. 548 e 585 c.c.) e la determinazione dell'assegno di mantenimento (art. 156 c.c.).
La separazione con addebito all'altro coniuge si può richiedere qualora si sia in presenza di atti che ledono il dovere di lealtà, quali i maltrattamenti, gli abusi familiari, l'omessa assistenza morale e materiale, l'abbandono ingiustificato della casa coniugale, puranche le vessazioni della suocera.
Secondo la giurisprudenza, l'adulterio è causa di addebito solo ove sia grave e notorio, al punto da determinare discredito sociale in pregiudizio dell'altro coniuge.


Qual è la differenza tra separazione consensuale e separazione giudiziale?
Nella separazione consensuale sussiste un accordo tra i coniugi in ordine alle condizioni (personali e patrimoniali) della separazione stessa. Il Tribunale si limita ad omologare tale accordo (cioè ad assicurarsi che siano rispettati i diritti di ciascun coniuge e della eventuale prole) mediante decreto.
Si ricorre, invece, alla separazione giudiziale in caso di disaccordo. In tale ipotesi la separazione viene pronunciata con sentenza dal Tribunale, che stabilisce le condizioni della separazione, appunto.


Che cosa è l'affidamento condiviso?
La legge 54/06 ha introdotto importanti modifiche in materia di separazione dei genitori e affidamento dei figli.
Con l'entrata in vigore della nuova legge, l’affidamento condiviso diviene la regola, nel senso che il giudice valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati ad entrambi i genitori, fissando i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione, all’educazione dei figli.
La potestà genitoriale viene esercitata da entrambi i genitori, che devono prendere di comune accordo tutte le decisioni di maggiore interesse relative all’istruzione, educazione e salute dei figli e in caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.
Oggi il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori quando ritiene, con provvedimento motivato, che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore. E' anche prevista la possibilità per ciascun genitore di richiedere l’affidamento esclusivo motivandolo con la contrarietà all’interesse del minore, dell’affidamento condiviso.

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Gli autori declinano ogni responsabilità per errori od omissioni, nonché per un utilizzo improprio o non aggiornato delle informazioni contenute nel sito.
Il diritto di chiedere la separazione (consensuale o giudiziale) spetta a ciascun coniuge, anche in mancanza di accordo dell'altro coniuge. La procedura si avvia mediante ricorso al Tribunale competente per territorio.


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